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Il dipendente perde le staffe? Niente licenziamento

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La reazione "forse scomposta" ma "comprensibile" del dipendente che ha subito un provvedimento ingiusto non può dar luogo al licenziamento, in quanto non rompe il vincolo fiduciario con l'azienda. Lo ha stabilito la Corte di cassazione, con la sentenza 27053/2013, respingendo il ricorso dell'Agenzia delle entrate contro un proprio dirigente licenziato, ma poi reintegrato dalla Corte di appello di Roma. La Corte territoriale, infatti, aveva ritenuto fosse emersa una rinuncia datoriale a sanzionare il lavoratore, dal momento che, pur in presenza di elementi atti a giustificare l'irrogazione di gravi e incisivi provvedimenti sul piano sanzionatorio, "l'Amministrazione aveva ritenuto in quel momento di dare soluzione alla vicenda" (questo il testo della lettera inviata). Inoltre, le prove testimoniali avevano fatto acqua da tutte le parti, soprattutto con riferimento alla pronuncia di parole offensive e aggressive comunque a un più  generale atteggiamento intimidatorio asseritamente addebitati al dipendente. Ben hanno fatto i giudici dell'appello – tuona la Cassazione – a ritenere insussistenti gli elementi dell’insubordinazione.  Infatti, proprio sulla scorta della natura e qualità del rapporto, del vincolo di fiducia ad esso connesso, dell'entità della violazione commessa e dell'intensità dell'elemento soggettivo, il licenziamento irrogato al dipendente si era appalesato assolutamente illegittimo, in quanto non supportato dalla lesione del vincolo fiduciario.
 
 

Una relazione extraconiugale e il pessimo rapporto con i figli sono cause di separazione con addebito

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Una relazione extraconiugale e il pessimo rapporto con i figli debbono considerarsi, di per sé, cause di separazione con addebito. Questo quanto stabilito dalla Suprema Corte a proposito del ricorso di un marito Campano avverso la sentenza della Corte d'Appello di Napoli, che, confermando la sentenza del primo giudice, aveva disposto la separazione con addebito in capo al marito, l'assegnazione della casa coniugale alla moglie e l'affidamento di entrambe le figlie alla donna con obbligo in capo al coniuge del mantenimento della prole. Nella pronuncia di legittimità (ordinanza n. 25315/2013) la Corte afferma che non spetta alla moglie dimostrare che la relazione extraconiugale e il pessimo rapporto del marito con le figlie sia stato causa dell’intollerabilità del matrimonio, atteso che tale comportamento deve, di per sé, considerarsi fortemente pregiudizievole per il mantenimento di una affectio coniugalis all'interno del matrimonio secondo l'id quod plerumque accidit. Oltre a vedersi rigettare il ricorso, il ricorrente dovrà pagare le spese del giudizio di legittimità. 
                                                                                                                                                                            
 

Interessi ultralegali contestati: la banca deve produrre tutti gli estratti conto

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Quando viene contestata la pattuizione degli interessi ultralegali, la Banca ha l'onere di produrre in giudizio tutti gli estratti conto del relativo rapporto, a partire dall'apertura del conto, anche se vengono superati i dieci anni di durata dello stesso. Era il caso dell'opposizione a decreto ingiuntivo proposta contro la Banca di Roma dal debitore principale e dal fideiussore, che avevano contestato l'immotivata revoca del fido nonché  l'illegittima capitalizzazione trimestrale degli interessi. Soccombente in primo grado per insufficienza probatoria (erano stati prodotti solo gli estratti conto di brevi periodi di tempo) la Banca aveva appellato, ma senza successo, la decisione del Tribunale, eccependo una sorta di "limitazione" dell'onere probatorio posto a carico dell'istituto, non essendovi l'obbligo di conservare i documenti oltre i 10 anni dalla loro emissione. La Corte di Cassazione, invece, con la sentenza 18540/2013, uniformandosi alle argomentazioni della Corte d'Appello capitolina, ha chiaramente ribadito che la produzione degli estratti conto relativi ad un arco temporale più breve selezionato arbitrariamente dalla Banca deve ritenersi in toto inidonea ad assolvere l'onus probandi posto a carico della stessa. Specificano i Giudici di Legittimità, infatti, che la previsione di un arco temporale lungo per la conservazione dei documenti – i famosi 10 anni -  non può essere interpretata come un affievolimento dell'onere posto a carico della banca stessa di dimostrare il credito. Questo perché  la contestazione relativa all'illegittima capitalizzazione degli interessi determina la necessità di verificare fin dall’inizio del rapporto  l'esistenza e l'applicazione della previsione negoziale invalida. L'istituto dunque è tenuto a produrre gli estratti conto a partire dall'apertura del conto corrente, anche oltre il decennio, perché non si può confondere l’onere di conservazione della documentazione contabile con quello di prova del proprio credito, soprattutto quando le contestazioni del debitore riguardano l'intera durata del rapporto.
   
 

Pedone investito: la colpa continua ad essere prerogativa esclusiva del conducente, o quasi

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Il conducente di un veicolo, oltre a rispettare le norme generiche di prudenza imposte dal codice della strada, ha l'obbligo di prevedere le eventuali imprudenze e trasgressioni degli altri utenti della strada nel tentativo di superarle. Chiaro ed inequivocabile il principio sancito dalla Suprema Corte con la recente sentenza n. 33207/2013, con la quale è stato respinto il ricorso di un uomo leccese condannato, sia in primo che in secondo grado, per omicidio colposo per aver investito, cagionandone la morte, un pedone. Secondo la Cassazione, fermo restando l'obbligo primario e generale di comportarsi in modo da non costituire pericolo o intralcio per la circolazione, sì da salvaguardare in ogni caso la sicurezza stradale, nei confronti dei pedoni incombe sull'automobilista anche il c.d. obbligo di attenzione nell'avvistamento del pedone di cui all’art. 191 c.d.s.. Specificano gli Ermellini che detto precetto si sostanzia sia nell'obbligo di ispezionare la strada dove si procedere o che si sta per impegnare, sia nell'obbligo di mantenere un costante controllo del veicolo in rapporto alle condizioni della strada e del traffico, che nell'obbligo di prevedere tutte quelle situazioni che la comune esperienza comprende, in modo da non costituire intralcio o pericolo per gli altri utenti della strada, soprattutto dei pedoni. In definitiva, in caso di investimento del pedone, il conducente del veicolo va esente da responsabilità se e solo se sia accertato che la condotta del soggetto investito configuri una vera e propria causa eccezionale, atipica, non prevista né prevedibile, che sia stata da sola idonea a produrre l'evento.
 
    
 

Niente permesso a costruire se si tratta di abbattimento di barriere architettoniche

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Le opere e gli interventi destinati all'eliminazione delle barriere architettoniche  non necessitano del permesso a costruire. In questo senso si è pronunciata la terza sezione penale della Corte di Cassazione con la sentenza del 18 settembre 2013 n. 38360/2013, con riferimento al caso di un uomo di Modugno (BA) che era stato condannato per abuso edilizio per aver commissionato e realizzato, in mancanza di permesso a costruire, una rampa per l'accesso per diversamente abili sul lato sinistro del proprio fabbricato, nonché, sul lato destro dello stesso fabbricato, la recinzione dell’area della rampa carrabile di accesso al piano interrato.  Ne era seguito anche l'ordine di demolizione di tutta la costruzione ritenuta abusiva. La Suprema Corte, invece, dopo aver specificato che, in merito alla definizione di "barriere architettoniche",  le opere funzionali all'eliminazione delle stesse sono solo quelle tecnicamente necessarie a garantire l'accessibilità, l'adattabilità e la visibilità degli edifici privati e non quelle dirette alla migliore fruibilità dell’edificio e alla maggiore comodità dei residenti, ha sentenziato che per l'esecuzione delle prime è sufficiente la presentazione della denuncia di inizio attività, oggi in via semplificata della s.c.i.a. (segnalazione certificata di inizio attività). La Corte d’Appello, proseguono gli Ermellini, avrebbe dovuto valutare la consistenza dei lavori eseguiti dall'imputato alla luce della normativa imperante in materia, evidenziando se e in che misura le stesse necessitassero di permesso a costruire o potessero essere realizzate previa semplice d.i.a. Cosa affatto avvenuta. La sentenza è stata quindi annullata senza rinvio – stante l'avvenuta prescrizione del reato – e revocato l’ordine di demolizione.
 
 
 

Mutui e prestiti: la Cassazione censura il tasso usurario applicato dalla Banca

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Il tasso di interesse deve essere considerato usurario anche se la soglia di legge è superata per effetto della mora. Così la Corte di Cassazione con la sentenza n. 350/2013, oltre a permettere il recupero integrale degli interessi pagati su mutui, leasing e finanziamenti, quando i tassi o le penali superano la soglia di usura, ha stabilito che devono intendersi usurari, ai fini dell’applicazione degli art. 644 c.p. (reato di usura) e 1815 comma 2 c.c. (nullità della clausola e restituzione di tutti gli interessi pagati) i tassi che superano il limite stabilito dalla legge nel momento in cui essi sono convenuti, a qualunque titolo, quindi anche se relativi ad interessi moratori. Secondo i giudici di legittimità, infatti, al fine di classificare un mutuo come usurario, per la determinazione del c.d. tasso soglia, rilevano anche il tasso di mora nonché le altre spese sostenute dalla parte mutuataria qualora, sommate, sconfinino oltre le determinazioni stabilite dal Decreto del Ministero dell’Economia e delle Finanze vigente. Il beneficiario del finanziamento ha, dunque, diritto ad ottenere la restituzione degli interessi già versato o, quantomeno, di quelli corrisposti in misura superiore al dovuto, rimanendo valido il mutuo contratto.
 

 

Lo shopping compulsivo e la fine di un matrimonio

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La separazione va addebitata alla moglie se questa è affetta da «shopping compulsivo», integrante una «violazione dei doveri matrimoniali». Lo ha affermato la Cassazione nella recente sentenza n. 25843 del mese corrente, con la quale i giudici di legittimità sono stati chiamati a decidere del caso di una coniuge alla quale era stata addebitata la separazione dal marito e negato l’assegno di mantenimento, riconosciuto invece in primo grado. Secondo la Cassazione la Corte d’Appello di Firenze aveva correttamente ritenuto l’addebito a carico della ricorrente poiché  l’accertamento condotto dal CTU aveva verificato  l’uso da parte della donna di denaro sottratto a familiari e a terzi per acquisti sempre più frequenti e dispendiosi. Sono tutti sintomi – specificano gli Ermellini e come dimostrato dal test di Rorscharch - di una nevrosi caratteriale repressa che porta a una diagnosi di “shopping compulsivo”, di cui la donna era perfettamente conscia. Ciò porta ad escludere l’incapacità di intendere e volere e a ritenere che i comportamenti riscontrati configurano una vera e propria violazione dei doveri matrimoniali (art. 143 del codice civile), tale, quindi, da giustificare il rigetto del ricorso e la condanna della coniuge al pagamento delle spese processuali.

 
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