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Casi Giudiziari

Il disturbo della personalità può scagionare dal reato di omicidio

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Se i disturbi della personalità, per consistenza, intensità e gravità, incidono concretamente sulla capacità di intendere e di volere, l’omicida non può dirsi imputabile. Lo ha ribadito la Corte di Cassazione con la recente sentenza 7907/2013, respingendo tuttavia il ricorso di una donna, che era stata condannata per l’omicidio del fratello avvenuto sul comune posto di lavoro dopo una lite furibonda tra i due. Gli accertamenti peritali  avevano chiarito che l’imputata era affetta da disturbi della personalità generici, con tratti schizoidi, narcisisti e istrionici, non tanto gravi, però, da scemare, neanche parzialmente, le sue capacità di intendere e di volere. E la Cassazione non ha tardato a specificare che, ai fini del riconoscimento del vizio totale o parziale di mente, anche i disturbi di personalità, non sempre inquadrabili nel novero delle malattie mentali, possono rientrare nel concetto di “infermità”, purché siano di consistenza, intensità e gravità tali da incidere concretamente sulla capacità di intendere e di volere, escludendola o diminuendola grandemente, ma a condizione che sussista un nesso eziologico con la specifica condotta criminosa, per effetto del quale il fatto di reato sia ritenuto casualmente determinato da disturbo mentale. Presupposti esclusi nel caso di specie, anche e soprattutto alla luce delle risultanze peritali.

 

Riconosciuto l’indennizzo per epatite contratta durante emodialisi

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L’indennizzo va riconosciuto anche a chi ha contratto l’epatite durante la dialisi a causa di una insufficiente pulizia della macchina dalle sostanze ematiche lasciate da altro paziente. Questa la decisione della recente pronuncia della Cassazione, che ha esteso all’emodialisi quanto già espressamente previsto dalla legge per le trasfusioni di sangue infetto, le vaccinazioni obbligatorie e le somministrazioni di derivati (Sentenza n. 9148/2013 Terza Sezione Civile). Era il caso di un uomo sottoposto a dialisi nel 1974 e morto nel 1996 per epatite, la cui vedova si era vista negare in primo grado il risarcimento – perché il caso non era espressamente previsto dalla legge -  per poi vedere la Corte d’Appello di Cagliari ribaltare le sorti del giudizio e riconoscerle l’indennizzo. I Giudici di Legittimità, sulla stregua  di una pronuncia della Corte Costituzionale del 2009, hanno confermato la pronuncia del Collegio cagliaritano ritenendo estensibili i benefici della legge 210 del 1992 anche ai danni derivanti da epatite contratta a seguito di emodialisi. Afferma la Corte  la responsabilità, in questi casi, del Ministero della salute anche se il danno non è derivato da una trasfusione eterologa, dovendosi estendere la tutela prevista originariamente dal legislatore anche all’ipotesi di reinserimento nel corpo della persona sottoposta a dialisi del suo stesso sangue, infettato per contatto con sangue eterologo nel cosiddetto “rene artificiale”.

 

I ladri salgono dal ponteggio e svaligiano la casa di un condomino: il condominio non ne risponde

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Se i ladri risalgono il ponteggio dell’impresa appaltatrice per rapinare un appartamento e il condomino non ha adottato le cautele necessarie questo non può richiedere i danni, né all’appaltatore né al condominio. Segna una battuta d’arresto la sentenza della Corte di Cassazione del gennaio scorso (n. 1890 del 28.01.2013) rispetto alla giurisprudenza consolidatasi, affermando che il condomino rapinato dai ladri agevolati dall’impalcatura non può rivalersi sull’impresa o il condominio se “ha tenuto un comportamento colposo”, consistente- nello specifico -  nella mancata adozione di cautele nella conservazione dei gioielli, poi rubati. Secondo i Giudici di legittimità, infatti, il fatto che i preziosi non fossero custoditi in una cassaforte o in un mobile blindato aveva indotto i malviventi alla sottrazione dei gioielli. Inoltre, non v’era prova che il ponteggio fosse pericoloso o possedesse caratteristiche atte ad agevolare l’intrusione. Questi aspetti, unitamente al fatto che il condomino aveva aderito alla delibera con la quale l’assemblea aveva deciso di non installare sul ponteggio l’impianto antifurto, ha sollevato sia il condominio che l’impresa da ogni forma di responsabilità, con conseguente condanna del derubato alla refusione delle sostanziose spese legali di terzo grado.

 

Alcoltest sotto casa? Nessuna condanna se non è immediato

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Durante un controllo notturno, una pattuglia dei carabinieri vedono sfrecciare davanti a loro un’autovettura a forte velocità. Scatta immediatamente l’inseguimento, terminato presso l’abitazione di un automobilista che, al momento dell’arrivo dei militari, è in evidente stato di ebbrezza, ma fuori dall’auto parcheggiata avanti al proprio garage. L’uomo viene condannato, in primo e secondo grado, per guida in stato di ebbrezza, a 600 euro di ammenda e 10 giorni di arresto. L’imputato decide di ricorrere in Cassazione, sostenendo che, in ragione della distanza, della velocità e delle condizioni di visibilità, i carabinieri non avrebbero potuto individuare la sagoma dell’autista e, quindi, riconoscerlo nell’uomo presente davanti l’autorimessa. Inoltre – sosteneva il ricorrente - l’imputato non era stato fermato alla guida del mezzo e la misurazione alcolemica era avvenuta proprio quando l’uomo si trovava con l’auto ferma davanti al garage, laddove, peraltro, il test era stato effettuato mezz’ora dopo il presunto avvistamento. La Cassazione (sentenza 2770/13) accoglie l’impugnazione presentata annullando con rinvio la sentenza impugnata; sottolineano gli Ermellini che, nel caso di specie, non è possibile ricondurre all’imputato, con adeguata coerenza logico-motivazionale, la condotta contestata, poiché era stato rinvenuto al termine della guida e non in flagranza di reato, per giunta in relazione a una condizione di ebbrezza alcoolica rilevata mezz’ora dopo il fatto, ovvero non nell’immediatezza dello stesso.

 

 

Il proprietario della strada risarcisce anche i danni provocati da oggetti abbandonati

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Il proprietario o il custode della strada deve sempre rispondere dei danni arrecati a terzi per oggetti presenti sulla carreggiata, salvo la prova del caso fortuito (Cass. Civ. Sent. 783/2013). Continua il lavoro della giurisprudenza in ordine alla responsabilità degli enti delle strade per i sinistri verificatisi su di esse per effetto dello stato della manutenzione viaria. Nel  caso di specie un automobilista, imbattutosi con il proprio autocarro su uno pneumatico abbandonato lungo l’autostrada, non era riuscito a schivarlo ed aveva perso il controllo del mezzo riportando danni per oltre ventimila euro; la proprietaria del veicolo aveva convenuto in giudizio la società autostrade, sostenendo che quest’ultima avrebbe dovuto liberare la carreggiata, posto che era stata avvertita della presenza della gomma già tre ore prima dell’incidente. La Cassazione, ribaltando la decisione dei giudici di merito, ribadisce che la responsabilità del proprietario o del gestore della strada, chiamato a rispondere dei danni provocati dall’omesso o incompleto dovere di manutenzione delle vie, trova il suo unico limite nel caso fortuito, che però deve essere rigorosamente dimostrato. L’onere della prova – chiarisce la Cassazione – sia del caso fortuito che dell’adempimento dei doveri di diligente manutenzione, è a carico del custode, il quale nella fattispecie avrebbe dovuto dimostrare che il pericolo non avrebbe potuto essere conosciuto ed eliminato tempestivamente, neppure con la più diligente attività di controllo e manutenzione. Circostanza affatto verificatasi. Sentenza cassata, pertanto, con rinvio alla Corte d’Appello di Genova per l’adeguamento al principio di diritto espresso dagli Ermellini.

 

 

Accordi prematrimoniali: un passo verso la loro ammissibilità?

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È  valido ed efficace l’accordo prematrimoniale stipulato tra due coniugi alla vigilia del matrimonio. Apre una breccia la sentenza della Cassazione del dicembre scorso (Sez. I civile, n. 23713 del 21.12.2012), con la quale è stato riconosciuto legittimo l’accordo stipulato da due nubendi prima della celebrazione delle nozze che prevedeva, in caso di separazione e divorzio, da un lato che la moglie avrebbe ceduto al marito un immobile di sua proprietà come indennizzo delle spese da questo sostenute per la ristrutturazione di un altro appartamento, anch’esso di proprietà della moglie ma adibito a casa coniugale, dall’altro che il marito avrebbe trasferito alla moglie un corposo titolo BOT. Il tribunale che aveva statuito sul divorzio aveva rigettato la domanda di esecuzione in forma specifica svolta dall’uomo, che si era visto negare dalla coniuge il trasferimento promesso. La Corte d’Appello, invece, aveva riconosciuto la validità ed efficacia dell’accordo, ma aveva negato la competenza del giudice che aveva pronunciato la sentenza di divorzio, sostenendo che il ricorrente avrebbe dovuto promuovere nuova e diversa azione. La Cassazione conferma il pronunciamento del Collegio di secondo grado. I giudici di legittimità, infatti, pur ribadendo il tradizionale orientamento che considera invalide le convenzioni che hanno ad oggetto i diritti considerati inderogabili e, quindi, gli accordi economici che riguardano il futuro assegno di divorzio, riconoscono l’esistenza dell’autonomia privata all’interno del diritto di famiglia. Le prestazioni economiche dei coniugi subordinate all’evento “fallimento del matrimonio”, secondo gli Ermellini, costituiscono una datio in solutum, ovvero un pagamento fatto per rimborsare il marito che ha compiuto i lavori di ristrutturazione di un immobile di proprietà della moglie. Dunque il fallimento del matrimonio diviene una vera e propria condizione sospensiva, diversa dal caso in cui la fine del rapporto fosse la causa genetica dell’accordo, posto che in questo caso equivarrebbe ad una sorta di sanzione dissuasiva volta a condizionare la libertà decisionale degli sposi e dovrebbe, quindi, essere – in questo caso sì - considerata nulla. Si tratta, cioè, secondo la Corte, di un accordo che deriva dalla libera espressione dell’autonomia negoziale delle parti, di disporre del loro matrimonio in vista della fine della loro unione matrimoniale, che, se non incide sulla necessità di tutelare  il coniuge più debole, deve trovare pieno riconoscimento

 

 

L’indifferenza verso un disabile può essere punita come maltrattamenti

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Condannata per maltrattamenti una donna ucraina di 66 anni che non si era presa sufficientemente cura del proprio assistito. Questa la decisione di una recente sentenza della Cassazione, la n. 9724/2013, pronunciata in ordine al caso di una badante assunta per la cura di un uomo down inabile totale. I vicini di casa avevano riferito di uno stato di totale abbandono, sia dell’uomo che dell’abitazione ove avrebbe dovuto essere accudito. Il Tribunale e la Corte d’Appello di Roma, nell’infliggere la pena, pur non avendo rilevato condotte commissive di sopraffazione, nel porre l’accento sulla colpevolezza, avevano accertato l’esistenza di comportamenti di consapevole e continuativa umiliazione, tali da determinare nella vittima uno stato di palese turbamento e di ingiustificata prostrazione e sofferenza. In una parola: indifferenza.
La donna si è difesa in Cassazione eccependo l’assenza di dolo nei comportamenti, ammettendo semmai una "incolpevole inadeguatezza o inidoneità" nell'assistere e accudire una persona con problemi di comunicazione.  Di diverso avviso, invece, la sesta sezione penale, che  ha spiegato come "il reato di maltrattamento è integrato non soltanto da specifici fatti commissivi direttamente opprimenti la persona offesa", ma anche "da fatti omissivi di deliberata indifferenza verso elementari bisogni esistenziale di una persona disabile".
Dunque anche la "deliberata indifferenza" verso un disabile può integrare gli estremi di una fattispecie penalmente rilevante. D'altra parte "le esigenze vitali e i bisogni di socialità e affettività di una persona con sindrome di Down – specifica la Suprema Corte - sono acquisiti nel patrimonio di conoscenza collettivo e non richiedono una preparazione medica".

 
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