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Casi Giudiziari

No al redditometro, viola la privacy dei cittadini

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Il redditometro perché invade la privacy e rischia di penalizzare i contribuenti delle zone più disagiate. Così si è pronunciato il giudice della sezione distaccata di Pozzuoli del Tribunale di Napoli con l’ordinanza del 21 febbraio scorso, emessa in accoglimento del ricorso cautelare proposto da un pensionato che aveva chiesto che fosse proibito all’Agenzia delle entrate di controllare, analizzare e archiviare le proprie spese. Il cittadino flegreo aveva eccepito come, vista l’ampiezza dei dati previsti dal regolamento di riferimento, la predetta Agenzia sarebbe venuta a conoscenza di ogni singolo aspetto della sua vita quotidiana, ledendo oltre alla riservatezza, anche la stessa libertà individuale come potenzialità di autodeterminazione. E nella decisione anzidetta il giudice adito ha evidenziato proprio il diritto del cittadino alla riservatezza su aspetti delicati della propria vita privata, come la spesa farmaceutica, la vita sessuale, l'educazione, comprendendo non solo quella del contribuente, ma anche quella dei suoi familiari. L’ordinanza, dunque, boccia il redditometro perché comporta la soppressione del diritto del contribuente e della sua famiglia ad avere una vita privata, specificando, inoltre, come con il redditometro si rischia di accomunare situazioni territoriali differenti a svantaggio dei contribuenti delle zone più disagiate, che potranno perdere il vantaggio di usufruire di un costo della vita inferiore. 

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È reato di maltrattamenti in famiglia anche se non si è più conviventi

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Può ricorrere il reato di maltrattamenti in famiglia anche se la convivenza è cessata. Così si è espressa la sesta sezione penale della Corte di Cassazione (sentenza n. 7369/2013) lo scorso San Valentino, quando è stata chiamata a pronunciarsi  sul caso di un uomo che era stato condannato dalla Corte d’Appello di Cagliari per una serie di reati, tra i quali quello di maltrattamenti, commessi nel periodo successivo alla coabitazione con la sua compagna. La Corte fa proprio l’orientamento precedentemente consolidatosi, secondo il quale la cessazione del rapporto di convivenza – per esempio a seguito di una separazione legale o di fatto – non influisce sulla sussistenza del reato di maltrattamenti, rimanendo integri, anche in tal caso, i doveri di rispetto reciproco, assistenza morale e materiale nonché di solidarietà che nascono dal rapporto coniugale. E ciò perché la norma di riferimento punisce la condotta di chi sottoponga a maltrattamenti una persona della famiglia, senza chiedere che il vincolo familiare si accompagni necessariamente ad un rapporto di convivenza o coabitazione. Tant’è che – specificano gli Ermellini – laddove l’agente, come nel caso in disamina, perseveri nelle condotte integranti il reato di maltrattamenti, dopo la cessazione della convivenza, nessuna soluzione di continuità può interferire nella consumazione del reato di cui all’art. 572 c.p.

 

 

È reato coltivare 4 piante di canapa indiana in casa

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Ogni attività non autorizzata di coltivazione di piante dalle quali siano estraibili sostanze stupefacenti costituisce una condotta penalmente rilevante. Lo ha ribadito la Cassazione con la sentenza 45919/12, chiamata a pronunciarsi sul caso di un uomo condannato in primo grado per aver coltivato quattro piante di canapa indiana nella sua abitazione, dove erano state ritrovate anche delle infiorescenze già tagliate; la pronuncia era stata riformata dai giudici di appello, i quali avevano ritenuto che si fosse trattato di detenzione per uso personale. Gli Ermellini accolgono invece la tesi sostenuta dal Procuratore Generale, ribadendo che la condotta della coltivazione si caratterizza per una notevole «anticipazione» della tutela penale e per la valutazione di un «pericolo nel pericolo»: è rilevante, cioè, il rischio - derivante dalla coltivazione - che possa aumentare il quantitativo di droga immesso sul mercato e le conseguenti cessioni della stessa, a danno della salute collettiva. 

Ciò non esime comunque il giudice di merito dal verificare se la condotta contestata all’agente possa essere assolutamente inidonea a porre in pericolo il bene giuridico protetto, risultando in concreto inoffensiva: nel caso specifico, l’offensività può essere esclusa solo quando la sostanza ricavabile dalla coltivazione non risulti idonea a produrre un effetto stupefacente rilevabile in concreto. 

 

 

Patteggia una condanna per violenza sessuale e perde il posto di lavoro

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Patteggiare una condanna per violenza sessuale costituisce un motivo sufficiente per il licenziamento del dipendente. Questa la decisione della Corte di Cassazione del 30 gennaio scorso (n. 2168), chiamata a pronunciarsi sul caso di un dipendente quadro di Poste Italiane, che, accusato di violenza sessuale per fatti estranei all’ambiente di lavoro, aveva deciso di patteggiare la condanna e si era poi visto intimare il licenziamento senza preavviso. Ritenuto colpevole nei primi due gradi di giudizio l’uomo era arrivato fino in Cassazione sostenendo che l’accettazione del rito speciale ex art. 444 c.p.p. non implicava che i fatti dedotti dall’accusa potessero considerarsi dimostrati. Di diverso avviso, invece, si sono dimostrati i Giudici di legittimità, secondo i quali tale condanna ben poteva considerarsi causa di legittimo licenziamento. Sostiene la Corte, infatti, che in sede civile può legittimamente attribuirsi piena efficacia probatoria alla sentenza di patteggiamento, atteso che in tal caso l’imputato non nega la propria responsabilità e accetta una determinata condanna, chiedendone o consentendone l’applicazione, il ch sta a significare che il medesimo ha ritenuto di non contestare il fatto e la propria responsabilità, dovendo invece il giudice civile – nel caso in cui non ritenga di attribuire tale efficacia alla sentenza di patteggiamento – spiegare le ragioni per cui l’imputato avrebbe ammesso una sua insussistente responsabilità ed il giudice penale abbia prestato fede a tale amissione. Quanto detto  considerando il forte disvalore sociale della condotta tenuta dall’imputato, che ha generato riflessi negativi sull’immagine dell’azienda, anche per via della risonanza mediatica della vicenda. 

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È violenza sessuale sedurre la paziente compulsiva

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E’ violenza sessuale avere rapporti carnali con la paziente affetta da disturbi della personalità di tipo compulsivo. Così la recentissima sentenza della Corte di Cassazione ( sentenza n. 1600/2013) conferma quanto già statuito nei primi due gradi di giudizio, quando lo psicoterapeuta era stato giudicato colpevole di violenza sessuale per aver avuto rapporti con la paziente, bulimica con disturbi compulsivi. I giudici, infatti, avevano ritenuto che l’uomo avesse abusato delle condizioni di inferiorità psichica della persona offesa, che la CTU aveva considerato assolutamente non in grado di intrattenere relazioni sentimentali o sessuali in maniera sana.
Il medico si era difeso sostenendo di aver avuto una relazione con una donna consenziente e di non averla forzata in alcun modo, anche perché – proseguiva – il disturbo non incideva sulla sua facoltà di determinazione delle scelte personali, tanto che la stessa avrebbe addirittura desiderato proseguire la storia.
I Giudici di Palazzo Cavour non l’hanno pensata allo stesso modo: il medico non poteva ignorare gli effetti del transfert fra lo psicoterapeuta e la paziente, nello specifico la sua intensità nei malati compulsivi, ed avrebbe dovuto essere in grado di valutare la situazione di vulnerabilità in cui si trovava la donna e la conseguente situazione di dipendenza che si sarebbe instaurata. Secondo la Suprema Corte il professionista aveva abusato dello stato di inferiorità della donna in modo permanente e continuo per conseguire l’accesso ad una attività sessuale che altrimenti gli sarebbe stata preclusa. Ciò aveva significato la violazione della capacità della donna di determinarsi liberamente.
Da qui la ritenuta legittimità della condanna ex art. 609bis c.p. e il conseguente risarcimento dei danni, valutato in complessivi € 30.000,00.

 

Muore il coniuge: risarcimento danni anche al marito separato

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Il risarcimento del danno da perdita del congiunto spetta anche al coniuge separato, seppure in forma ridotta e sebbene la persona deceduta non convivesse più con quella superstite. Questo quanto deciso dalla terza sezione civile della Corte di Cassazione, con la sentenza n. 1025/2013, ove è stato stabilito che la separazione in sé e per sé non può essere considerata di  ostacolo al risarcimento del danno non patrimoniale. E così, confermando quanto deciso dalla Corte d’Appello di Milano, la Suprema Corte ha riconosciuto che il risarcimento del danno non patrimoniale, sotto il profilo del pregiudizio morale, può essere accordato ad un coniuge per la morte dell’altro, anche se vi sia tra le parti uno stato di separazione personale, purché si accerti che l’altrui fatto illecito – nello specifico un sinistro stradale mortale – abbia provocato nel coniuge superstite quel dolore e quelle sofferenze morali che solitamente si accompagnano alla morte di una persona più o meno cara.
Tale riconoscimento però, specificano i giudici di legittimità, non può prescindere dalla dimostrazione della permanenza, nonostante la separazione, di un vincolo affettivo particolarmente intenso, rilevabile, per esempio, dalla presenza di un figlio minorenne oppure, come nella fattispecie dal breve lasso di tempo intercorso dalla frattura della vita coniugale.

 

Apertura della Cassazione all’affidamento di minori a coppie omosessuali

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Un minore può crescere in modo equilibrato anche in una famiglia omosessuale.
Così  la Prima sezione civile della Corte di Cassazione ha confermato oggi l'affidamento esclusivo di un bambino alla madre omosessuale convivente con la propria compagna. La donna era da anni  in contesa con l’uomo, di religione islamica, dal quale aveva avuto il bambino, per l’affidamento del piccolo e i giudici della Corte d’Appello di Brescia avevano disposto che il minore vivesse con la madre. L’uomo era ricorso in Cassazione contestando l'esclusivo affidamento del figlio accordato alla madre facendo leva sulle ripercussioni negative che l’inserimento in una famiglia gay avrebbero potuto generarsi sul figlio. La Cassazione, con sentenza numero 601, depositata oggi, ha respinto il ricorso, evidenziando che alla base delle lamentele "non sono poste certezze scientifiche o dati di esperienza, bensì il mero pregiudizio che sia dannoso per l'equilibrato sviluppo del bambino il fatto di vivere in una famiglia incentrata su una coppia omosessuale". In questo modo, affermano i Giudici di legittimità,  "si dà per scontato ciò che invece è da dimostrare, ossia la dannosità di quel contesto familiare per il bambino, che comunque correttamente la Corte d'appello ha preteso fosse specificamente argomentata". Peraltro, specifica la Suprema Corte, Il Tribunale per i minorenni di Brescia aveva già disposto l'affidamento esclusivo del figlio minorenne alla madre con incarico ai servizi sociali di regolamentare gli incontri del minore con il padre, da tenersi "con cadenza almeno quindicinale". Dalla sentenza si evince inoltre che la donna, ex tossicodipendente, aveva imbastito una relazione sentimentale e conviveva con una ex educatrice della comunità di recupero in cui era stata ospitata.
 

 
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