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Casi Giudiziari

Risponde solo di truffa la guaritrice ciarlatana

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Impaurire delle persone, minacciando il realizzarsi di mali immaginari, per poi vendere inutili rimedi, configura il reato di truffa ma nessuna estorsione, nemmeno tentata. A stabilirlo è stata la Corte di Cassazione, con la sentenza 42445/12. Il caso riguardava una donna che, sfruttando la fama di guaritrice, aveva ingenerato in 3 persone il pericolo immaginario di gravi malattie e pericoli gravanti su di loro e le rispettive famiglie; pericoli che avrebbero potuto essere scongiurati – a suo dire - solo grazie al ricorso a rituali magici da essa praticati. L’imputata - condannata nei primi due gradi di giudizio per truffa ed estorsione a 2 anni e 6 mesi di reclusione, oltre a 600 euro di multa, - aveva presentato ricorso per cassazione, ritenendo non sussistenti le ipotesi criminose ad essa addebitate. Secondo la Suprema Corte il criterio distintivo delle due fattispecie – la truffa e l’estorsione appunto - va ravvisato, laddove il fatto sia connotato dalla minaccia di un male, essenzialmente nel modo di atteggiarsi della condotta lesiva e della sua incidenza nella sfera soggettiva della vittima.

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È risarcibile anche il lucro cessante nel caso di violazione delle norme sugli investimenti

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La sottoscrizione di investimenti da parte di un incapace obbliga la banca non solo a restituire l’intero patrimonio immobiliare, ma anche a risarcire i danni, lucro cessante compreso. La Cassazione ha così dato ragione ad un risparmiatore milanese, assai benestante ma con disabilità psichiche (ansia, insonnia, depressione e megalomania), che sosteneva di essere stato vittima del reato di circonvenzione di incapace da parte del responsabile della Sim di un banca, che gli aveva fatto sottoscrivere una serie di contratti di intermediazione finanziaria, futures nello specifico, poi conclusisi con la perdita totale del patrimonio. La tesi, accolta dal Tribunale di Milano, ha trovato conferma presso i giudici di legittimità (sentenza Sez. Lav. 1.10.2012 n. 16674): i contratti sono stati ritenuti viziati a norma dell’art. 428 c.c. per essere stati sottoscritti da persona incapace di intendere e di volere. La banca è stata quindi condannata al risarcimento dei danni per oltre 15 miliardi di lire, avendo agito in violazione degli artt. 6 e 8 della Legge n. 1/1991, ovvero per aver violato le regole dirette a rendere il cliente consapevole dei rischi delle operazioni e a limitare il rischio delle perdite, compreso l’obbligo di tenere comportamenti tali da consapevolizzare il cliente sulle scelte più o meno azzardate che andava ad effettuare. Accanto alle perdite subite, inoltre, dovranno essere rimborsati i danni per i ricavi di borsa che la parte avrebbe potuto conseguire nella sua ordinaria attività d’investimento impegnando le somme perdute e quelli derivanti dalle sue normali attività imprenditoriali.

 

Condannato per lesioni personali e percosse il padre che schiaffeggia la figlia

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Confermata in Cassazione la condanna per lesioni e percosse a carico di un padre che, insieme alla convivente, aveva preso a schiaffi la figlia disobbediente. Torna così a farsi sentire  il delicato problema dell’educazione dei figli, proprio dove i genitori non riescono a farsi ascoltare e scelgono la strada più corta, quella delle “botte”. È questo il caso di una sedicenne torinese che, scoperta dal padre per l’ennesima volta a fumare sigarette, era stata schiaffeggiata dallo stesso e della di lui nuova compagna. Per la verità il giudizio aveva accertato che la ragazza era stata “trattata” piuttosto duramente, quando, presa per i piedi e trascinata giù dal letto, era stata colpita con un calcio al collo e alla spalla e poi, presa per i capelli, schiaffeggiata per ben sei volte. Il padre, denunciato dalla figlia e – neanche a dirlo – dalla ex moglie, si era giustificando adducendo la necessità di difendersi dalla reazione furiosa della giovane e, comunque, considerando gli schiaffi inferti una mera correzione nei confronti della figlia.

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Troppa disciplina in classe? Condanna per maltrattamenti

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Studenti disattenti, poco produttivi, eccessivamente vivaci l’ha definiti il legale della parte civile; per la difesa della professoressa condannata per maltrattamenti si è trattato, invece, di una classe indolente, ingestibile, maleducata ed aggressiva, che ha giustificato una reazione più forte ed intransigente.
La Corte di Cassazione (sentenza 26412/2012) ha confermato la condanna per maltrattamenti inflitti ad una docente che, di fronte ad una classe non proprio “modello”, ma alquanto vivace ed indisciplinata, aveva reagito punendo rigidamente ed etichettando i ragazzi con parole forti ed “offensive”. Secondo la ricorrente le condotte tenute da quest’ultima dovevavno essere inquadrate come reazione legittima alla luce dello scarso profitto degli studenti, che, per giunta, in gruppo tra loro, avevano realizzato delle aggressioni ai danni dell’insegnante. Invece – sentenziano gli Ermellini – anche dinanzi ad una classe poco gestibile  il docente deve tenere un contegno sobrio, perché andare sopra le righe può essere pericoloso e sarebbe stato giustificato esclusivamente da una vera e propria aggressione da parte dei ragazzi, per niente riconosciuta nella fattispecie. Per la Corte, infatti, il richiamo al clima esistente nella classe, teso e fortemente insofferente per entrambe le parti, non può giustificare in alcun modo “l’atteggiamento gravemente offensivo avuto dall’insegnante”, per questo condannata per reato di maltrattamenti. 

 

Non bastano le denunce dei redditi a giustificare la violazione dell'obbligo al mantenimento

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La presentazione in giudizio delle denunce dei redditi attestanti lo stato di decozione della propria azienda non giustifica il mancato adempimento dell'obbligo al mantenimento della prole, a meno che la documentazione non sia più che attendibile ed avvalorata da circostanze comprovati l'impossibilità oggettiva totale di attendere alle necessità familiari.
E così la Cassazione, con la recente sentenza n. 36680/2012, condanna a 20 giorni di reclusione e 400 euro di multa un uomo per aver violato gli obblighi di assistenza familiare, omettendo di versare al coniuge, dal quale era divorziato, l’assegno di mantenimento della figlia minore.
L'imputato si era difeso in giudizio producendo le dichiarazioni dei redditi e dimostrando che le imprese da lui gestite avevano subito ingenti perdite.
La Suprema Corte conferma la pronuncia dei Giudici di merito ribadendo, invece, come in tema di violazione dell’obbligo di corresponsione dell’assegno divorzile e, più in generale, per il reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare, la responsabilità per omessa prestazione dei mezzi di sussistenza non può essere esclusa dall’indisponibilità dei mezzi necessari, quando questa sia dovuta, anche parzialmente, a colpa dell’obbligato. Gli Ermellini sottolineano, altresì, che a provare l’impossibilità di adempiere alla relativa obbligazione deve essere l’interessato, evidenziando come neanche lo stato di disoccupazione può escluderne la responsabilità. 

 

Il ritardo prolungato vale come la cancellazione del volo

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I passeggeri che sbarcano tre ore dopo l’orario di arrivo previsto hanno diritto ad un risarcimento del danno proprio come quelli, il cui volo è stato completamente cancellato, a meno che il ritardo non sia dovuto a circostanze eccezionali. Lo ha ribadito la Corte di Giustizia delle Comunità Europee il 23 ottobre scorso (n. 629/2010) prendendo spunto dal diritto dell’Unione, che nel Regolamento CE n. 261/2004  prevede espressamente che, in caso di cancellazione del volo, i passeggeri possono ricevere una compensazione forfettaria di importo compreso tra 250 e 600 euro. La Corte di Giustizia, confermando quanto già statuito dalla pronuncia di Sturgeon del 19.11.2009, afferma, con riferimento al diritto ad un indennizzo,  che i passeggeri dei voli ritardati devono essere equiparati ai passeggeri dei voli cancellati, specificando, in particolare,  che lo scopo perseguito dal regolamento 261/2004 è proprio quello di rafforzare la tutela di tutti i passeggeri del trasporto aereo, così che i passeggeri dei voli ritardati di tre ore o più non si trovino ad essere trattati diversamente da quelli che beneficiano della compensazione pecuniaria prevista da tale regolamento. Ovviamente il ritardo non dà diritto ad una compensazione pecuniaria laddove il vettore aereo sia in grado di dimostrare che il ritardo prolungato è dovuto a circostanze eccezionali che non si sarebbero potute evitare anche se fossero state adottate tutte le misure del caso, ossia in presenza di accadimenti che sfuggono all’effettivo controllo del vettore aereo.

 

 

Praticare sesso estremo con partner inizialmente consenzienti non esclude la violenza sessuale

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Va condannato per violenza sessuale chi impone pratiche sessuali estreme ad un partner, che, pur mostratosi consenziente all’inizio, decide, ad un certo punto, di non “spingersi oltre”. Così la Cassazione ha confermato la condanna a tre anni e sei mesi di reclusione a carico di un uomo per le violenze fisiche e le minacce perpetrate a danno della propria partner.  A far approdare la vicenda nelle aule di giustizia era stata una giovane anconetana, che aveva intrattenuto con l’imputato una relazione erotico-sentimentale caratterizzata da pratiche sessuali “particolari”;  la donna lo aveva poi denunciato per violenza sessuale, accusandolo di aver abusato di lei mediante pugni, schiaffi, strette al collo e ai capezzoli e con la minaccia di divulgare filmati che la ritraevano in atteggiamenti sessuali. Per i giudici di merito, alla luce delle parole della giovane, la vicenda era chiarissima: l’ottica di un simile rapporto di coppia, ossia della vittima-carnefice, non poteva rendere sempre e costantemente legittimo il ricorso a pratiche estreme, essendo necessaria l’espressione chiara e ripetuta del consenso. Ma per l’uomo, che aveva proposto ricorso per Cassazione, la decisione dei giudici era sbagliata, non avendo tenuto in considerazione il tenore della relazione, caratterizzata da “pratiche erotiche particolari”, alle quali la donna si era sottoposta volontariamente.

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