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Casi Giudiziari

Sì all’amministrazione di sostegno per il novantenne sposato con una giovane straniera

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Ha trovato conforto la ribellione dei figli di un aspirante ultracentenario, sposatosi con una giovane straniera e intento a dare battaglia a chiunque cercasse di limitare la propria autonomia, figli compresi. È questo il caso di un novantenne campano, a beneficio del quale il Giudice Tutelare di Napoli, su istanza di 3 dei 4 figli, aveva nominato un amministratore di sostegno, in quanto ritenuto in condizioni psico-fisiche precarie, comunque tali da impedirgli di avere cura della propria persona e di gestire i propri interessi. Decisione confermata dalla Corte d’Appello, adita in sede di reclamo dalla moglie e dell’altro figlio, con la coppia convivente, i quali avevano contestato la scelta della nomina del A.D.S., ricaduta su di un avvocato, ovvero su una persona diversa da quella indicata dall’anziano, che avrebbe voluto o la giovane consorte o il figlio rimastogli accanto. 

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L’uso del cellulare può generare una malattia professionale

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L’uso prolungato del cellulare, per parecchie ore al giorno e per molti anni, può essere la causa di tumori e può legittimare il riconoscimento di una malattia professionale. Lo ha deciso la Corte di Cassazione – Sez. Lavoro sentenza n. 17438/2012 – respingendo il ricorso presentato dall’INAIL, con il quale era stato contestato il diritto alla rendita per malattia professionale riconosciuto dalla Corte d’Appello di Brescia a favore di un manager, che per 12 anni, 5 o 6 ore al giorno, aveva usato al lavoro il cellulare o il cordless, così sviluppando una grave patologia tumorale all’orecchio sinistro ove poggiava il telefonino. Nonostante le numerose terapie, anche chirurgiche, il tumore non era scomparso, manifestando piuttosto esiti assolutamente severi. La Cassazione non ha condiviso la tesi dell’Inail, secondo la quale la consulenza tecnica effettuata sul manager e sul rischio dell’uso intensivo dei cellulare non era suffragata dal giudizio di affidabilità della comunità scientifica: gli Ermellini, infatti, hanno ritenuto che agli studi indipendenti condotti dal gruppo Hardell tra il 2005 e il 2009, sostenitori di un maggior rischio di insorgenza di neoplasie nei grandi utilizzatori di telefonia mobile, doveva essere attribuita una maggiore attendibilità, vista la  posizione di indipendenza assunta, per non essere stati cofinanziati, a differenza di altri, anche dalle stesse ditte produttrici di cellulari. Del tutto innovativa la pronuncia richiamata, mediante la quale la Cassazione per la prima volta ha avuto modo di esprimersi in ordine all’uso prolungato e alla correlativa dannosità dei telefoni cellulari.

 

Caso Sandri: confermata la condanna del poliziotto per omicidio volontario

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È definitiva la condanna dell’agente della Polstrada Luigi Spaccatorella a nove anni  e quattro mesi di reclusione per omicidio volontario doloso del giovane Gabriele Sandri. La vicenda, ampiamente dibattuta su tutti i giornali, è tristemente nota e dettagliatamente ricostruita dai magistrati: la mattina di domenica 11 novembre 2007 un gruppo di tifosi laziali, tra i quali, appunto il Sandri, aveva incrociato all’interno di un’area di servizio autostradale un gruppo di giovani diretti, al seguito della Juventus, a Parma e li aveva aggrediti. L’assalto era continuato violento nonostante i tifosi iuventini avessero cercato di darsela a gambe, persino riparandosi dentro un’autovettura, fino a quando una pattuglia della polizia stradale posizionata sul lato opposto dell’autostrada si era avveduta di ciò che stava accadendo ed era prontamente intervenuta. Il suono della sirena e un colpo di pistola sparato in aria dall’agente Spaccatorella era stato sufficiente a mettere in fuga i laziali, alcuni dei quali, direttisi verso una Renault Scenic, vi erano saliti a bordo e si erano allontanati. È stato in quel momento che Spaccatorella aveva esploso in direzione del veicolo un secondo colpo, che, penetrato all’interno dell’abitacolo, aveva colpito il Sandri provocandone la morte. (continua)

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È corruzione alterare la perizia psichiatrica per evitare il carcere

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Scatta il reato di corruzione in atti giudiziari e false dichiarazioni per lo psichiatra che,  in cambio di denaro, rilascia una certificazione compiacente in favore di un camorrista, attestandone uno stato di salute incompatibile con la detenzione intramuraria, facendogli così ottenere gli arresti domiciliari. Lo ha stabilito la Corte di cassazione, con la sentenza 38475/2012 , rigettando il ricorso dell’imputato il quale aveva sostenuto la non falsificabilità di una diagnosi in quanto atto valutativo e come tale sempre opinabile. Per i Giudici di Legittimità, però, “se è indubbiamente vero che in linea generale tale falsificazione non può riguardare l’essenza del giudizio diagnostico, eminentemente intellettivo-valutativa, ciò non può valere nell’ipotesi – ricorrente nel caso di specie – in cui la conclusione diagnostica sia solo in apparenza frutto di un processo valutativo ma costituisca in realtà una concordata e deliberata alterazione dell’oggettività clinica, diretta a rappresentare la falsa esistenza degli estremi di una condizione personale utile a ottenere indebiti benefici dall’Autorità giudiziaria”.

 

 

Legittimo il licenziamento di un dipendente sorpreso a lavorare in discoteca

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Deve dirsi legittimo il licenziamento del lavoratore che, durante lo stato di malattia, viene sorpreso a lavorare in discoteca come addetto alla sicurezza, anche se per un solo giorno. Lo ha stabilito la Corte di cassazione, con la sentenza 16375/2012, confermando la sentenza di Appello di Trento, e rigettando il ricorso di un uomo affetto da “cefalea in sinusite frontale riacutizzata”, una patologia ritenuta dai giudici tridentini non “compatibile con lo svolgimento di una attività che, come quella del sorveglianti di discoteche, richiedeva piena efficienza e prestanza fisica”.Per la Suprema Corte, infatti, anche se “non sussiste nel nostro ordinamento un divieto assoluto per il dipendente di prestare attività lavorativa, anche a favore di terzi, durante il periodo di assenza per malattia”, tuttavia un simile comportamento può integrare una giusta causa di recesso quando la nuova attività sia tale da “far presumere l’inesistenza dell’infermità addotta a giustificazione dell’assenza, dimostrando quindi una sua fraudolenta simulazione”; o ancora quando “l’attività stessa valutata in relazione alla natura ed alle caratteristiche dell’infermità denunciata ed alle mansioni svolte nell’ambito del rapporto di lavoro, sia tale da pregiudicare o ritardare anche potenzialmente la guarigione e il rientro in servizio del lavoratore”. E ciò secondo un giudizio che va fatto ex ante e dunque a prescindere dall’effettivo rientro nei tempi del dipendente in azienda.

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Omicidio Aldrovandi: confermate le condanne degli agenti

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Definitiva è la condanna a tre anni di reclusione confermata dalla Corte di Cassazione per i quattro poliziotti responsabili della morte del diciottenne ferrarese Federico Aldrovandi, avvenuta all’alba di una mattina del settembre del 2005 a causa delle percosse subite. Gli agenti erano intervenuti in via Ippodromo su segnalazione di alcuni cittadini, che avevano lamentato un comportamento molesto del ragazzo. L’accusa per gli imputati era stata quella di aver omesso, nonostante l’evidente stato di agitazione psico-fisica del giovane – di richiedere l’immediato intervento di personale sanitario e di aver preferito una colluttazione con l’Aldrovandi eccedendo i limiti del legittimo intervento, così omettendo di prestare le cure necessarie e lasciare il ragazzo agonizzante a terra. La vicenda era tornata poi alla ribalta delle cronache nel giugno scorso, quando il Ministro dell’interno, Annamaria Cancellieri, aveva disposto l’avvio di un procedimento disciplinare contro uno degli agenti, che su Facebook aveva rivolto frasi insultanti nei confronti della madre del ragazzo. Frasi definite dal ministro «vergognose ed infamanti». 
Il Tribunale di Ferrara e la Corte d’Appello di Bologna avevano dichiarato la colpevolezza degli imputati e la Corte di Cassazione conferma in pieno le pene inflitte. 

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Anche il padre-studente ha l’obbligo di mantenere la prole

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Essere un giovane padre universitario e dimostrare di non avere capacità economica non esonera il genitore dai doveri dai doveri imposti nei confronti della prole. E così la Corte di Cassazione, con la recente sentenza n. 34481/2012, ha confermato la condanna a sei mesi di reclusione di un giovane uomo di 33 anni, non sposato ma padre di 3 bambini, una femmina e due maschietti, ai quali, durante i primi tre anni di vita, aveva negato gli alimenti. La donna da cui aveva avuto i bambini era ricorsa all’autorità giudiziaria per veder riconosciuto il diritto dei figli al mantenimento che il padre avrebbe dovuto versare. Il ragazzo aveva iniziato a pagare 150 euro al mese solo dopo la pronuncia del Tribunale dei Minorenni, per poi contestare, in Cassazione, la condanna inflittagli nel novembre 2010 dalla Corte d'Appello di Milano, per aver fatto mancare i mezzi di sussistenza ai figli minori.  L’uomo si era difeso censurando la condotta della Corte per non aver considerato "in alcun conto la sua oggettiva impossibilità di provvedere al mantenimento dei figli per mancanza di ogni reddito, essendo, all'epoca, studente". 

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