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Alticci alla guida? Sospensione della patente solo fino alla visita medica

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Panico, terrore, smarrimento, costernazione, frustrazione, rassegnazione; questi gli stati d’animo, in religiosa sequenza, di tutti coloro che sono stati sorpresi alla guida del proprio veicolo con qualche bicchiere di troppo nelle vene e nella beata – si fa per dire – incoscienza delle conseguenze della propria condotta. Sì perché molti ancora non sanno che la guida in stato di ebbrezza, al pari di quella sotto l’uso di sostante stupefacenti, è considerata dal nostro ordinamento, vivadio ormai da molto tempo, reato e per questo punibile penalmente oltre che, in via cautelare, piuttosto concretamente. Ecco allora fioccare, insieme ai ricorsi ai giudici di pace, le sospensioni della patente, tutte giustificate dalla sacrosanta tutela della sicurezza pubblica, ma temute e scongiurate come la peste. Perché senza patente, si sa, la gente non può più vivere e la sospensione della stessa fino a due anni diventa quasi insopportabile. 

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Telecamere all'ingresso del palazzo, nessuna violazione della privacy

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Le telecamere fuori da un condominio non sono una violazione per la privacy: lo ha stabilito la prima sezione civile della Corte di Cassazione, che, con la sentenza n. 14346/2012, ha escluso la violazione della privacy se un proprietario di un immobile, che non risulta un condominio, installa per la propria sicurezza un impianto di videosorveglianza che riprende anche gli altri abitanti del palazzo, in entrata e uscita dall'ingresso. Questo perché, spiegano i giudici di legittimità,  lo spazio tra il cancello e l'ingresso, se visibile anche all'esterno da altre persone, risulta un luogo dove non c'è riservatezza. 
E così la Suprema Corte lo scorso giovedì ha accolto il ricorso di un cittadino contro la sentenza del Tribunale di Messina che lo aveva condannato a  rimuovere le telecamere sul fabbricato di sua proprietà perché violavano la privacy degli altri inquilini. Era stata la stessa nuora dell'uomo a chiedere la rimozione delle apparecchiature, perché non voleva essere ripresa. In Tribunale il suocero aveva sostenuto l'esigenza di tenere le telecamere perché era stato ripetutamente bersaglio di intimidazioni e minacce e, due anni prima, attonito spettatore di una sparatoria messa in scena da due malviventi proprio su quel palazzo. L’uomo, inoltre, si era difeso sostenendo che l'immobile non costituiva un condominio, essendo egli stesso proprietario esclusivo degli appartamenti e per questo non obbligato a richiedere alcuna autorizzazione. 
La Cassazione gli dà ragione: anche se il fabbricato non è un condominio con `aree comuni´ (le quali non possono essere considerate «luoghi di privata dimora o domicilio»), «se l'azione, pur svolgendosi in luoghi di privata dimora, può essere liberamente osservata dagli estranei, senza ricorrere a particolari accorgimenti (nella specie si trattava dello spazio, esterno del fabbricato, intercorrente fra il cancello e il portone d'ingresso), il titolare del domicilio non può evidentemente accampare una pretesa alla riservatezza». 

 

Malasanità, lo spot che indigna i medici, e non solo

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“Alza la voce se sei vittima di malasanità. Hai tempo 10 anni per chiedere il risarcimento”. È lo spot che va in onda su tutte le reti TV e che ha acceso gli animi dei medici, e non solo. Per la verità, ad ascoltarlo tutto sembra proprio che ciò che viene pubblicizzato non sia tanto la denuncia, l’indignazione o l’ira per il torto subito, bensì altra merce: il denaro. Il messaggio è davvero allettante: se la causa contro il medico non si vince, il malato – o il parente, nel caso di passaggio a miglior vita – deluso e furente non paga l’avvocato che ha portato avanti la causa. Insomma, soddisfatti o rimborsati. Dopo tutto è la legge dei grandi numeri che lo permette: butta la rete nel gran mare della sanità e qualche pesce marcio viene fuori di sicuro. E così il messaggio pubblicitario trasforma inesorabilmente il paziente in cliente. Del resto è aspettativa diffusa che la guarigione sia una merce di cui il medico deve  disporre nel suo magazzino e fornire, sempre e comunque, dietro richiesta. Se non c’è guarigione, se il cliente non la ottiene è perché il medico l’ha negata, per negligenza, incompetenza, comunque per colpa. Certo,  di medici indifferenti e svogliati, praticoni ed impreparati ce ne sono, purtroppo anche tanti. Ma non possono essere confusi con quelli che qualche volta sbagliano, tanto meno con quelli che non sempre ti guariscono e qualche volta non ce la fanno a tenerti in vita. Confonderli e mischiarli sembra proprio il rischio voluto di quello spot.

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La riduzione in schiavitù costituisce uno stato di necessità

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Annullata senza rinvio la sentenza di condanna nei confronti di una donna che, costretta a prostituirsi, aveva fornito false generalità all’autorità di polizia in sede di identificazione.  È il caso di una giovane donna, la quale, adescata con la promessa di un lavoro e derubata dei propri documenti, aveva fornito false generalità nell’ambito di un controllo delle forze dell’ordine ed aveva in seguito patteggiato la pena. Presentata alla Corte d’Appello di Venezia istanza di revisione della sentenza ex art. 444 c.p.p., pronunciata nei suoi confronti dal Tribunale di Treviso, la Corte territoriale aveva respinto il ricorso disponendo il proseguimento dell’esecuzione della pena. I giudici di legittimità, come sovente accade, ribaltano le sorti della vicenda: l’induzione a mentire sulla propria identità, specificano, è stata causata, in primo luogo, dal tenore delle minacce subite dallo sfruttatore. Questi, infatti, costringeva la ragazza e le sue compagne a non usare il loro nome; le donne gli obbedivano, spinte dal timore che potessero essere uccisi i loro famigliari nei paesi d’origine. Lo stato di totale soggezione in cui versavano è dimostrato anche dal fatto che le ragazze avevano deciso di parlare e denunciare la loro condizione solamente dopo aver saputo che il loro aguzzino era stato processato e condannato. Lo stesso marito della ricorrente era venuto a conoscenza della vera identità della moglie solo dopo l’arresto dello sfruttatore.

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Pretendi i soldi per le sigarette da tua moglie? Rischi una condanna per estorsione

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Chi pretende dal coniuge, con metodi arroganti, i soldi per comprare le sigarette rischia una condanna per estorsione. Lo ha stabilito la Cassazione sentenziando che, non essendo le “bionde” da ricomprendere nel "novero dei legami di solidarietà familiare", pretendere dal partner i soldi per acquistare le sigarette rappresenta un "ricavo ingiusto" (Cass. Pen. 25750/2012). E così un uomo salernitano ha visto la Suprema Corte confermare a sua carico la condanna, tra le altre, per reato di estorsione "per aver posto in essere atti di violenza in danno della moglie per ottenere somme di minima entità".

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"Non hai le palle", dirlo è un reato

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È rischioso, soprattutto nell’ambiente di lavoro, rivolgersi a qualcuno dicendogli «non hai le palle». Per la Cassazione, infatti, chi pronuncia queste parole commette il reato di ingiuria perché mette in dubbio, non tanto la virilità dell’avversario, quanto la sua determinazione e coerenza, virtù che a torto o a ragione – specificano i giudici di legittimità – continuano ad essere individuate come connotative del genere maschile (sentenza 30719/2012). E così un giudice di pace di Taranto se l’è passata brutta, denunciato dal cugino avvocato, con il quale, in udienza, aveva avuto un diverbio e si era lasciato scappare la frase incriminata. I magistrati di primo grado avevano ritenuto offensive quelle parole, ma poi, in appello, il Tribunale di Potenza aveva ritenuto l’ingiuria insussistente, con conseguente assoluzione dell’imputato.

La Cassazione ribalta le sorti affermando che il carattere illecito dell’espressione non nasce tanto dell’esplicito riferimento alla “menomazione organica”, quanto dalla sottintesa accusa di mancare di personalità, di essere un uomo debole ed incoerente. Inoltre, aggiunge la Suprema Corte, la frase fu pronunciata in un contesto lavorativo (l’ufficio giudiziario) a voce alta, udibile anche da terze persone. In tali circostanze, dunque, il pericolo di lesione della reputazione dell’apostrofato non poteva essere aprioristicamente escluso sulla base di una pretesa evoluzione del linguaggio verso la volgarizzazione delle modalità espressive.

 

 

Ottuagenario lucido e capace, nessuno può impedirgli di sposarsi

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L’amore non ha età e guai a chi sostenga il contrario. In materia di  matrimonio, in linea di principio, può fare opposizione alla celebrazione delle nozze per incapacità di uno dei nubendi esclusivamente il Pubblico Ministero e solo nel caso di interdizione o di minore emancipato, non avendo rilevanza lo stato di incapacità naturale. Così il Tribunale Civile di Varese, con decreto del 9 luglio scorso, ha respinto il ricorso del P.M., che, a seguito dell’esposto presentato dal figlio di un ultraottantenne, aveva fatto opposizione alle pubblicazioni matrimoniali promosse dall’arzillo ottuagenario e dalla compagna cinquantasettenne.
Secondo il giudice l’istituzione di un’amministrazione di sostegno, in favore del futuro sposo, non comporta come conseguenza naturale, l’incapacità dell’uomo a convolare a nozze, posto che l’unica limitazione alla capacità di sposarsi è quella di cui all’art. 85 c.c., ovvero l’interdizione per infermità di mente. E l’unica incapacità naturale non riconosciuta giudizialmente (attraverso l’interdizione) che può assumere rilevanza ai fini di un’opposizione ex art. 105 co. 5 c.c., è quella dell’emancipato che non abbia compiuto il diciassettesimo anno di età.
Fuori di questi due casi l’opposizione non può essere considerata validamente proposta. Nel caso dell’amministrazione di sostegno, dunque, il decreto istitutivo della misura di protezione non può contenere limitazioni alla capacità di contrarre matrimonio, poiché – ammonisce il giudice – il diritto di sposarsi configura un diritto fondamentale della persona, riconosciuto, sia a livello costituzionale che sovranazionale. Nozze celebrate, dunque, per il vispo vecchietto, giudicato dal Tribunale, tanto per fugare ogni dubbio, “orientato, autonomo, indipendente, capace di intendere e volere il matrimonio fissato con la compagna”.

 

 
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