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Omicidio Aldrovandi: confermate le condanne degli agenti

Casi Giudiziari

Definitiva è la condanna a tre anni di reclusione confermata dalla Corte di Cassazione per i quattro poliziotti responsabili della morte del diciottenne ferrarese Federico Aldrovandi, avvenuta all’alba di una mattina del settembre del 2005 a causa delle percosse subite. Gli agenti erano intervenuti in via Ippodromo su segnalazione di alcuni cittadini, che avevano lamentato un comportamento molesto del ragazzo. L’accusa per gli imputati era stata quella di aver omesso, nonostante l’evidente stato di agitazione psico-fisica del giovane – di richiedere l’immediato intervento di personale sanitario e di aver preferito una colluttazione con l’Aldrovandi eccedendo i limiti del legittimo intervento, così omettendo di prestare le cure necessarie e lasciare il ragazzo agonizzante a terra. La vicenda era tornata poi alla ribalta delle cronache nel giugno scorso, quando il Ministro dell’interno, Annamaria Cancellieri, aveva disposto l’avvio di un procedimento disciplinare contro uno degli agenti, che su Facebook aveva rivolto frasi insultanti nei confronti della madre del ragazzo. Frasi definite dal ministro «vergognose ed infamanti». 
Il Tribunale di Ferrara e la Corte d’Appello di Bologna avevano dichiarato la colpevolezza degli imputati e la Corte di Cassazione conferma in pieno le pene inflitte. 

Una scena di inaudita ed ingiustificata violenza  quella ricostruita dal giudice nomofilattico con la sentenza 36280/2012, nei confronti di un ragazzo lasciato agonizzante ammanettato per strada. La Corte ha così ritenuto pienamente  sussistente l’omicidio colposo dei quattro agenti, che congiuntamente «posero in essere un’azione repressiva estrema e inutile nei confronti di un ragazzo che si trovava da solo», morto per asfissia a seguito del prolungato schiacciamento del torace. Peraltro, specifica la Cassazione, i poliziotti, tutti dotati di esperienza, erano al corrente dei rischi per la salute derivanti dall’esercizio di una notevole, continuata ed intensa forza sulla persona immobilizzata a terra, prima supina e poi prona, preventivamente ripetutamente percossa. Niente attenuanti generiche dunque: trattandosi della Polizia di Stato l’incensuratezza deve darsi per scontata. Pesano, al contrario, i tentativi di depistaggio,  posti in essere nell’immediatezza dai poliziotti, rei anche di aver distorto dati rilevanti sin dalle prime ore successive alla morte del ragazzo. La rilevanza documentale degli atti della polizia giudiziaria – tuona  la Suprema Corte - non poteva certo essere sacrificata dall’interesse difensivo del singolo verbalizzante.

 

 
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