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Patteggia una condanna per violenza sessuale e perde il posto di lavoro

Casi Giudiziari

Patteggiare una condanna per violenza sessuale costituisce un motivo sufficiente per il licenziamento del dipendente. Questa la decisione della Corte di Cassazione del 30 gennaio scorso (n. 2168), chiamata a pronunciarsi sul caso di un dipendente quadro di Poste Italiane, che, accusato di violenza sessuale per fatti estranei all’ambiente di lavoro, aveva deciso di patteggiare la condanna e si era poi visto intimare il licenziamento senza preavviso. Ritenuto colpevole nei primi due gradi di giudizio l’uomo era arrivato fino in Cassazione sostenendo che l’accettazione del rito speciale ex art. 444 c.p.p. non implicava che i fatti dedotti dall’accusa potessero considerarsi dimostrati. Di diverso avviso, invece, si sono dimostrati i Giudici di legittimità, secondo i quali tale condanna ben poteva considerarsi causa di legittimo licenziamento. Sostiene la Corte, infatti, che in sede civile può legittimamente attribuirsi piena efficacia probatoria alla sentenza di patteggiamento, atteso che in tal caso l’imputato non nega la propria responsabilità e accetta una determinata condanna, chiedendone o consentendone l’applicazione, il ch sta a significare che il medesimo ha ritenuto di non contestare il fatto e la propria responsabilità, dovendo invece il giudice civile – nel caso in cui non ritenga di attribuire tale efficacia alla sentenza di patteggiamento – spiegare le ragioni per cui l’imputato avrebbe ammesso una sua insussistente responsabilità ed il giudice penale abbia prestato fede a tale amissione. Quanto detto  considerando il forte disvalore sociale della condotta tenuta dall’imputato, che ha generato riflessi negativi sull’immagine dell’azienda, anche per via della risonanza mediatica della vicenda. 

Condotta  in relazione alla quale immune da vizi deve dirsi la valutazione del giudice di merito, laddove ne ha legittimamente dedotto il motivo di recesso dal contratto di lavoro. Peraltro, spiega la Cassazione, il generico rimando ad una condanna penale da parte dei contratti collettivi per l’applicazione di provvedimenti disciplinari deve riferirsi anche alla formula del patteggiamento, con ciò confermando maggiormente la pronuncia impugnata.

 

 

 
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