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È reato coltivare 4 piante di canapa indiana in casa

Casi Giudiziari

Ogni attività non autorizzata di coltivazione di piante dalle quali siano estraibili sostanze stupefacenti costituisce una condotta penalmente rilevante. Lo ha ribadito la Cassazione con la sentenza 45919/12, chiamata a pronunciarsi sul caso di un uomo condannato in primo grado per aver coltivato quattro piante di canapa indiana nella sua abitazione, dove erano state ritrovate anche delle infiorescenze già tagliate; la pronuncia era stata riformata dai giudici di appello, i quali avevano ritenuto che si fosse trattato di detenzione per uso personale. Gli Ermellini accolgono invece la tesi sostenuta dal Procuratore Generale, ribadendo che la condotta della coltivazione si caratterizza per una notevole «anticipazione» della tutela penale e per la valutazione di un «pericolo nel pericolo»: è rilevante, cioè, il rischio - derivante dalla coltivazione - che possa aumentare il quantitativo di droga immesso sul mercato e le conseguenti cessioni della stessa, a danno della salute collettiva. 

Ciò non esime comunque il giudice di merito dal verificare se la condotta contestata all’agente possa essere assolutamente inidonea a porre in pericolo il bene giuridico protetto, risultando in concreto inoffensiva: nel caso specifico, l’offensività può essere esclusa solo quando la sostanza ricavabile dalla coltivazione non risulti idonea a produrre un effetto stupefacente rilevabile in concreto. 

 

 
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