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È reato di maltrattamenti in famiglia anche se non si è più conviventi

Casi Giudiziari

Può ricorrere il reato di maltrattamenti in famiglia anche se la convivenza è cessata. Così si è espressa la sesta sezione penale della Corte di Cassazione (sentenza n. 7369/2013) lo scorso San Valentino, quando è stata chiamata a pronunciarsi  sul caso di un uomo che era stato condannato dalla Corte d’Appello di Cagliari per una serie di reati, tra i quali quello di maltrattamenti, commessi nel periodo successivo alla coabitazione con la sua compagna. La Corte fa proprio l’orientamento precedentemente consolidatosi, secondo il quale la cessazione del rapporto di convivenza – per esempio a seguito di una separazione legale o di fatto – non influisce sulla sussistenza del reato di maltrattamenti, rimanendo integri, anche in tal caso, i doveri di rispetto reciproco, assistenza morale e materiale nonché di solidarietà che nascono dal rapporto coniugale. E ciò perché la norma di riferimento punisce la condotta di chi sottoponga a maltrattamenti una persona della famiglia, senza chiedere che il vincolo familiare si accompagni necessariamente ad un rapporto di convivenza o coabitazione. Tant’è che – specificano gli Ermellini – laddove l’agente, come nel caso in disamina, perseveri nelle condotte integranti il reato di maltrattamenti, dopo la cessazione della convivenza, nessuna soluzione di continuità può interferire nella consumazione del reato di cui all’art. 572 c.p.

 

 
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