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Accordi prematrimoniali: un passo verso la loro ammissibilità?

Casi Giudiziari

È  valido ed efficace l’accordo prematrimoniale stipulato tra due coniugi alla vigilia del matrimonio. Apre una breccia la sentenza della Cassazione del dicembre scorso (Sez. I civile, n. 23713 del 21.12.2012), con la quale è stato riconosciuto legittimo l’accordo stipulato da due nubendi prima della celebrazione delle nozze che prevedeva, in caso di separazione e divorzio, da un lato che la moglie avrebbe ceduto al marito un immobile di sua proprietà come indennizzo delle spese da questo sostenute per la ristrutturazione di un altro appartamento, anch’esso di proprietà della moglie ma adibito a casa coniugale, dall’altro che il marito avrebbe trasferito alla moglie un corposo titolo BOT. Il tribunale che aveva statuito sul divorzio aveva rigettato la domanda di esecuzione in forma specifica svolta dall’uomo, che si era visto negare dalla coniuge il trasferimento promesso. La Corte d’Appello, invece, aveva riconosciuto la validità ed efficacia dell’accordo, ma aveva negato la competenza del giudice che aveva pronunciato la sentenza di divorzio, sostenendo che il ricorrente avrebbe dovuto promuovere nuova e diversa azione. La Cassazione conferma il pronunciamento del Collegio di secondo grado. I giudici di legittimità, infatti, pur ribadendo il tradizionale orientamento che considera invalide le convenzioni che hanno ad oggetto i diritti considerati inderogabili e, quindi, gli accordi economici che riguardano il futuro assegno di divorzio, riconoscono l’esistenza dell’autonomia privata all’interno del diritto di famiglia. Le prestazioni economiche dei coniugi subordinate all’evento “fallimento del matrimonio”, secondo gli Ermellini, costituiscono una datio in solutum, ovvero un pagamento fatto per rimborsare il marito che ha compiuto i lavori di ristrutturazione di un immobile di proprietà della moglie. Dunque il fallimento del matrimonio diviene una vera e propria condizione sospensiva, diversa dal caso in cui la fine del rapporto fosse la causa genetica dell’accordo, posto che in questo caso equivarrebbe ad una sorta di sanzione dissuasiva volta a condizionare la libertà decisionale degli sposi e dovrebbe, quindi, essere – in questo caso sì - considerata nulla. Si tratta, cioè, secondo la Corte, di un accordo che deriva dalla libera espressione dell’autonomia negoziale delle parti, di disporre del loro matrimonio in vista della fine della loro unione matrimoniale, che, se non incide sulla necessità di tutelare  il coniuge più debole, deve trovare pieno riconoscimento

 

 
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