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Il disturbo della personalità può scagionare dal reato di omicidio

Casi Giudiziari

Se i disturbi della personalità, per consistenza, intensità e gravità, incidono concretamente sulla capacità di intendere e di volere, l’omicida non può dirsi imputabile. Lo ha ribadito la Corte di Cassazione con la recente sentenza 7907/2013, respingendo tuttavia il ricorso di una donna, che era stata condannata per l’omicidio del fratello avvenuto sul comune posto di lavoro dopo una lite furibonda tra i due. Gli accertamenti peritali  avevano chiarito che l’imputata era affetta da disturbi della personalità generici, con tratti schizoidi, narcisisti e istrionici, non tanto gravi, però, da scemare, neanche parzialmente, le sue capacità di intendere e di volere. E la Cassazione non ha tardato a specificare che, ai fini del riconoscimento del vizio totale o parziale di mente, anche i disturbi di personalità, non sempre inquadrabili nel novero delle malattie mentali, possono rientrare nel concetto di “infermità”, purché siano di consistenza, intensità e gravità tali da incidere concretamente sulla capacità di intendere e di volere, escludendola o diminuendola grandemente, ma a condizione che sussista un nesso eziologico con la specifica condotta criminosa, per effetto del quale il fatto di reato sia ritenuto casualmente determinato da disturbo mentale. Presupposti esclusi nel caso di specie, anche e soprattutto alla luce delle risultanze peritali.

 
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