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Lo shopping compulsivo e la fine di un matrimonio

Casi Giudiziari

La separazione va addebitata alla moglie se questa è affetta da «shopping compulsivo», integrante una «violazione dei doveri matrimoniali». Lo ha affermato la Cassazione nella recente sentenza n. 25843 del mese corrente, con la quale i giudici di legittimità sono stati chiamati a decidere del caso di una coniuge alla quale era stata addebitata la separazione dal marito e negato l’assegno di mantenimento, riconosciuto invece in primo grado. Secondo la Cassazione la Corte d’Appello di Firenze aveva correttamente ritenuto l’addebito a carico della ricorrente poiché  l’accertamento condotto dal CTU aveva verificato  l’uso da parte della donna di denaro sottratto a familiari e a terzi per acquisti sempre più frequenti e dispendiosi. Sono tutti sintomi – specificano gli Ermellini e come dimostrato dal test di Rorscharch - di una nevrosi caratteriale repressa che porta a una diagnosi di “shopping compulsivo”, di cui la donna era perfettamente conscia. Ciò porta ad escludere l’incapacità di intendere e volere e a ritenere che i comportamenti riscontrati configurano una vera e propria violazione dei doveri matrimoniali (art. 143 del codice civile), tale, quindi, da giustificare il rigetto del ricorso e la condanna della coniuge al pagamento delle spese processuali.

 
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