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"Non hai le palle", dirlo è un reato

Casi Giudiziari

È rischioso, soprattutto nell’ambiente di lavoro, rivolgersi a qualcuno dicendogli «non hai le palle». Per la Cassazione, infatti, chi pronuncia queste parole commette il reato di ingiuria perché mette in dubbio, non tanto la virilità dell’avversario, quanto la sua determinazione e coerenza, virtù che a torto o a ragione – specificano i giudici di legittimità – continuano ad essere individuate come connotative del genere maschile (sentenza 30719/2012). E così un giudice di pace di Taranto se l’è passata brutta, denunciato dal cugino avvocato, con il quale, in udienza, aveva avuto un diverbio e si era lasciato scappare la frase incriminata. I magistrati di primo grado avevano ritenuto offensive quelle parole, ma poi, in appello, il Tribunale di Potenza aveva ritenuto l’ingiuria insussistente, con conseguente assoluzione dell’imputato.

La Cassazione ribalta le sorti affermando che il carattere illecito dell’espressione non nasce tanto dell’esplicito riferimento alla “menomazione organica”, quanto dalla sottintesa accusa di mancare di personalità, di essere un uomo debole ed incoerente. Inoltre, aggiunge la Suprema Corte, la frase fu pronunciata in un contesto lavorativo (l’ufficio giudiziario) a voce alta, udibile anche da terze persone. In tali circostanze, dunque, il pericolo di lesione della reputazione dell’apostrofato non poteva essere aprioristicamente escluso sulla base di una pretesa evoluzione del linguaggio verso la volgarizzazione delle modalità espressive.

 

 
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