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La riduzione in schiavitù costituisce uno stato di necessità

Casi Giudiziari

Annullata senza rinvio la sentenza di condanna nei confronti di una donna che, costretta a prostituirsi, aveva fornito false generalità all’autorità di polizia in sede di identificazione.  È il caso di una giovane donna, la quale, adescata con la promessa di un lavoro e derubata dei propri documenti, aveva fornito false generalità nell’ambito di un controllo delle forze dell’ordine ed aveva in seguito patteggiato la pena. Presentata alla Corte d’Appello di Venezia istanza di revisione della sentenza ex art. 444 c.p.p., pronunciata nei suoi confronti dal Tribunale di Treviso, la Corte territoriale aveva respinto il ricorso disponendo il proseguimento dell’esecuzione della pena. I giudici di legittimità, come sovente accade, ribaltano le sorti della vicenda: l’induzione a mentire sulla propria identità, specificano, è stata causata, in primo luogo, dal tenore delle minacce subite dallo sfruttatore. Questi, infatti, costringeva la ragazza e le sue compagne a non usare il loro nome; le donne gli obbedivano, spinte dal timore che potessero essere uccisi i loro famigliari nei paesi d’origine. Lo stato di totale soggezione in cui versavano è dimostrato anche dal fatto che le ragazze avevano deciso di parlare e denunciare la loro condizione solamente dopo aver saputo che il loro aguzzino era stato processato e condannato. Lo stesso marito della ricorrente era venuto a conoscenza della vera identità della moglie solo dopo l’arresto dello sfruttatore.

E così la Suprema Corte riconosce l’errata applicazione dell’art. 54 c.p., dal momento che la ricorrente avrebbe dovuto essere dichiarata non punibile in ordine alle false dichiarazioni per aver agito in stato di necessità (sentenza 19225/12). Infatti, il mentire da parte della ricorrente sulla propria identità in caso di controlli da parte della forza pubblica rappresentava solo una modalità di realizzazione delle condotte imposte dallo sfruttatore. In questo contesto – è dato leggere - la menzogna è rappresentabile come una sorta di ‘abito mentale’ indotto dalla complessiva condizione di subordinazione che le ragazze erano costrette a sopportare. In più, la ricorrente era già stata considerata non perseguibile penalmente per aver indotto altre ragazze a prostituirsi, proprio in ragione dello stato di coartazione in cui versava. I Giudici concludono  che anche la sentenza di patteggiamento impugnata avrebbe dovuto essere rivedibile, considerando il comportamento necessitato dal timore per la propria incolumità e per la vita dei parenti. 

 
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