
Renato Brunetta, ex ministro del lavoro dell’ultimo governo Berlusconi e attuale coordinatore dei dipartimenti del Pdl, non ha mezze misure nell’individuare il colpevole della crisi e, in particolare, del continuo aumento dello spread. E a detta dell’ex Ministro la responsabilità principale è della stessa Unione Europea: infatti sono stati appena collocati 3,5 miliardi di Btp a 3 anni, rendimento lordo 3,91%. Livelli ancora una volta febbrili e, purtroppo, in risalita, se si considera che la stessa tipologia di titoli veniva assegnata in asta con un rendimento lordo del 2,76% a marzo e del 3,89% ad aprile. Il governo Monti ha fallito? No. Come non era il governo Berlusconi la causa del cattivo andamento dei rendimenti dei titoli di Stato nella seconda metà del 2011.

In tutte le trasmissioni televisive si parla del presunto calo delle polizze auto. Liberalizzazioni, decreti del Governo, associazioni dei consumatori… Tutti impegnati a sostenere che il costo della RC è destinato a calare… Eppure, quando si paga, così non è. Ma perché? Beh, se si va a controllare si scopre che sulla sua polizza ora grava l’aumento delle tasse delle Province. Sì, proprio le famose Province, quelle che dovevano essere abolite.
Il Sole 24 ore in edicola questa mattina ne dà il quadro completo.
Ma facciamo un passo indietro al decreto approvato il 6 maggio 2011 in cui è stato stabilito che, a partire dall’anno 2012, l’imposta sulle assicurazioni RCA è un tributo delle Province. Il decreto permette, già a decorrere dal 2011, di aumentare o diminuire l’aliquota in una percentuale massima del 3,5%. In Italia l’imposta Rca è pari al 12,5%, per cui gli Enti provinciali posso contare su una forbice che va dal 9% ad un massimo del 16%. Indovinate un po’ quale scelta hanno fatto le Province italiane? Beh, dopo nemmeno tre settimane dalla pubblicazione del decreto attuativo erano già venti gli enti che avevano portato l’imposta al 16% (12.5 esistente + il 3,5% che è l’aumento massimo). Ad oggi facciamo prima ad elencare quali sono le Province che non hanno diminuito l’aliquota: Aosta, Bolzano, Trento del 3.5% e Firenze del 1.5%. Le altre hanno optato per l’aumento che nella stramaggioranza dei casi è stato del massimo possibile (3.5% in più). E le Provincie di Terni e Perugia? Ovviamente, non hanno fatto eccezione e hanno applicato il massimo raggiungendo l’aliquota del 16%.
Se vi va di divertirvi a vedere chi e come ha aumentao l'aliquota ecco il sito
La nostra Regione “vince” la maglia nera per il numero degli incarichi di consulenza e per i compensi. Nel 2011, rispetto all’anno precedente, l’aumento è stato rispettivamente del +49.99% e del + 29,54%. La notizia è sulle pagine di tutti i quotidiani nazionali e riapre un problema affrontato più volte in passato con aspri conflitti tra il Governo precedente e le Regioni. Il debito e i bilanci delle Regioni sono, di fatto, fuori controllo. Vuoi perché ogni Regione utilizza un suo sistema di contabilità, vuoi perché le Regioni rivendicano sempre e comunque l’autonomia legislativa, il risultato è lo stesso. E i nodi vengono al pettine. Ripianare il debito pubblico e tagliare le spese significa mettere mano ai bilanci regionali. Non c’è alternativa.
Veniamo alla notizia delle consulenze umbre, ribalzata su tutta la stampa nazionale.
I dati sono forniti direttamente dal Ministero della Pubblica Amministrazione. Mentre al Sud si registra una flessione, al Nord la variazione è più contenuta. Al Centro la situazione parrebbe stabile, ma guardando nel dettaglio si evidenzia un aumento del numero degli incarichi conferiti nel 2011 rispetto a quanto dichiarato nel 2010 per le regioni: Umbria (45,99%), Toscana (12,21%), Provincia Autonoma di Bolzano (8,75%), Provincia Autonoma di Trento (3,63%) e Marche (3,55%). Al contrario, una consistente diminuzione si registra, invece, nelle regioni: Basilicata (-50,51%), Valle d'Aosta (-44,90%), Calabria (-38,26%). La diminuzione continua a registrarsi ma più moderatamente per le regioni: Lazio (-20,09%), Sicilia (-19,17%), Campania (-18,35%), Molise (-14,53%), Piemonte (-13,89%), Sardegna (-13,91%), Friuli Venezia Giulia (-12,59%), Emilia Romagna (-12,12%) e Abruzzo (-11,08%). Le restanti regioni registrano una percentuale in diminuzione inferiore al 9%.
C'è una massima di Stendhal che si applica in modo formidabile all'attuale governo delle tasse: "il pastore cerca sempre di convincere il gregge che gli interessi del bestiame coincidono con i suoi". E questa è esattamente la filosofia, espressa a piene mani, con la quale il presidente del Consiglio Monti ritiene di persuadere il popolo di tartassati ad assoggettarsi di buon grado ad una fiscalità senza precedenti. Quest'ultimo infatti, rinnovando una sinistra cultura politica di stampo collettivista che considera sempre vantaggioso pagare le imposte, a prescindere dalla loro pesantezza, vorrebbe darci ad intendere che esiste una relazione diretta tra ciò che lo Stato preleva e ciò che lo stesso redistribuisce in termini di servizi e di equità sociale.
Mentre la deriva economica e finanziaria del Paese sembra inarrestabile, nel mondo della politica c'è tutto un fiorire di iniziative e di annunci che, a tutta prima, sembrano essere operazioni di pura propaganda. In questi giorni, in particolare, due notizie hanno posto sotto i riflettori l'ampio fronte in cui si muovono le forze cosiddette moderate: la nascita, dopo le elezioni amministrative di maggio, di un "nuovo" partito promosso da Casini e dai suoi sodali del Terzo Polo e il varo, nel medesimo periodo, di un progetto che i suoi artefici -il Pdl di Berlusconi ed Alfano- hanno presentato come una novità tale da cambiare il corso della politica italiana. In sostanza, un vero e proprio botta e risposta a colpi di nuovismo tra i leader di partito che si contendono con le unghie e con i denti la stessa area moderata. Ma basterà apparire più belli e più nuovi per convincere i sempre più disorientati elettori di questo fronte circa la bontà della relativa proposta politica? Francamente, non penso proprio. Soprattutto dopo la grande delusione di quella mancata rivoluzione liberale che avrebbe dovuto essere realizzata anche col contributo dei vari Casini, Alfano, Fini, Pisanu e molti altri che oggi si affannano nella citata ricerca della novità politica. Per dirla in due parole, per chi da anni si aspetta una sostanziale riduzione del perimetro pubblico, ritenendo che solo abbattendo in modo drastico la spesa e la fiscalità generale sia possibile salvare il Paese, ben poco conta se a realizzare ciò sia un partito con etichetta "nuova" o "vecchia".
In questo periodo di crisi nera, sui media circola tutta una ridda di teorie strampalate espresse da un esercito di autonominati consiglieri spirituali del governo Monti. Tra questi mi continua a colpire per la costanza delle sue tesi vetero-keynesiane Sebastiano Barisoni, conduttore di un programma di approfondimento economico-finanziario che va in onda tutti i giorni su Radio24.
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